The Archive Capsule III: Uran

13.09.2026 - 16.07.2027

TAC III traccia il percorso che va dal pensiero alla materia in un periodo di produzione diviso tra Murano, la Repubblica Ceca e l’America. La mostra mette a fuoco i passaggi attraverso cui le idee si traducono nel fare, osservando il modo in cui un pensiero sulla forma prende corpo attraverso tentativi, errori e trasformazioni tecniche.

I gesti possono essere lungamente pensati, ma anche “scoperti nel fare”, nascere dal caso o dall’errore: “paradossalmente”, scrive l’artista, “mi interessa il processo più che il risultato”.

Ph. Giacomo Bianco

Documento d’archivio dal fondo Laura de Santillana

Ph. Giacomo Bianco

The Archive Capsule III, terzo capitolo del format espositivo dedicato al fondo Laura de Santillana, prende in esame la ricerca sviluppata dall’artista tra il 2013 e il 2019, una fase cruciale della sua produzione in cui il rapporto con il vetro si trasforma radicalmente negli ultimi sei anni della sua vita.

TAC III traccia il percorso che va dal pensiero alla materia in un periodo di produzione diviso tra Murano, la Repubblica Ceca e l’America. La mostra mette a fuoco i passaggi attraverso cui le idee si traducono nel fare, osservando il modo in cui un pensiero sulla forma prende corpo attraverso tentativi, errori e trasformazioni tecniche. I gesti possono essere lungamente pensati, ma anche “scoperti nel fare”, nascere dal caso o dall’errore: “paradossalmente”, scrive l’artista, “mi interessa il processo più che il risultato”.

È all’interno di questa logica che, a partire dal 2013, prende forma quello che l’artista stessa definisce il suo progetto boemo. Su suggerimento del suo collaboratore Charlie Parriott, Laura de Santillana si reca a Nový Bor, in Boemia, inizialmente attratta dalla possibilità di lavorare con il vetro all’uranio. L’incontro con questo colore diventa però il punto di partenza di una sperimentazione molto più radicale; forme soffiate all’interno di stampi vengono successivamente sottoposte a lunghi cicli di riscaldamento e raffreddamento in grandi muffole, fino a cedere progressivamente sotto l’azione del calore. 

Questa tecnica, chiamata slumping, produce una trasformazione sostanziale anche nel rapporto dell’artista con la realizzazione dell’opera. Se nella tradizione muranese il maestro soffiatore partecipa direttamente alla costruzione della forma attraverso un sapere sedimentato nei gesti e nell’esperienza, nel progetto boemo il momento decisivo si sposta altrove; alla manualità del maestro si sostituisce la programmazione dei cicli termici, e con essa una nuova interlocuzione con tecnici e ingegneri. L’artista individua con grande lucidità la radicalità di questo passaggio, osservando come “il momento creativo che risiedeva nelle sue mani si è trasferito a un ingegnere”.

Ma questo nuovo maestro, aggiunge immediatamente, “non è ancora nato”. Non esiste infatti un sapere consolidato capace di prevedere completamente ciò che accadrà alla materia durante il processo. È precisamente in questa zona di incertezza che l’artista riconosce lo spazio della propria ricerca: “il mio lavoro si inserisce proprio in questo vuoto, in questa mancanza del maestro”.

Le opere nate in Boemia possono allora essere lette come il risultato di una negoziazione continua tra intenzione e accidente, controllo e imprevedibilità. L’artista parte dalla forma appiattita sulla quale aveva lavorato per circa dieci anni, ma la sottopone a un processo che ne altera la stabilità. Questa tensione tra ripetizione e differenza emerge con particolare evidenza in opere come Twins e Triplets, presentate in mostra. La serialità, elemento ricorrente nella pratica di de Santillana, assume qui una funzione quasi sperimentale, ovvero, ripetere una forma e sottoporla allo stesso processo non significa produrre un risultato identico, ma osservare il modo in cui ciascun elemento reagisce diversamente alle medesime condizioni. La serie diventa, in poche parole, uno strumento di verifica capace di rendere visibile lo scarto tra ciò che può essere programmato e ciò che la materia restituisce.

Il materiale d’archivio è organizzato in costellazioni, ovvero piccoli nuclei di documenti, disegni e oggetti che conservano una propria autonomia ma, se esposti insieme, fanno emergere una trama più ampia e articolata. Accostate alle sculture, queste costellazioni trasformano The Archive Capsule III in un ‘laboratorio aperto’, dove lo spettatore è chiamato a costruire relazioni, muovendosi tra ciò che è presente, ciò che manca e ciò che può ancora essere ricostruito.

Ph. Giacomo Bianco

The Archive Capsule

The Archive Capsule (TAC) è un format di mostre di ricerca curato da Miriam Rejas Del Pino per la De Santillana Foundation e concepito per esplorare le modalità di presentazione dell’archivio di Laura de Santillana (1955–2019). Il progetto, articolato in più capitoli, si configura come un dispositivo in cui vengono presentati materiali selezionati a partire da un focus tematico. La scansione cronologica adottata in TAC serve a mettere a fuoco esperimenti, ricorrenze formali ed esplorazioni teoriche all’interno della pratica ricca ed eterogenea di Laura de Santillana, rendendo visibili alcune traiettorie che attraversano l’archivio.

Nel contesto di TAC, esporre l’archivio significa porsi in sintonia con pratiche di allestimento in cui le narrative lineari e dominanti vengono sostituite da costellazioni di opere e materiali, e da dialoghi anacronici tra bozzetti, fotografie, documenti tecnici e sculture finite. Questi accostamenti mirano a far emergere gli ecosistemi di senso in cui i lavori di Laura de Santillana sono nati, restituendo l’archivio come spazio di riflessione aperto a una rilettura situata.

I · Color

II · Bindu

III · Uran (this exhibition)